30 luglio 2021, 21:45
@ Piazza Maggiore e LunettArena

Lamerica

(Italia-Francia-Svizzera/1994) di Gianni Amelio (135') | Introduce Gianni Amelio

Regia: Gianni Amelio. Soggetto e sceneggiatura: Gianni Amelio, Andrea Porporati, Alessandro Sermoneta. Fotografia: Luca Bigazzi. Montaggio: Simona Paggi. Scenografia: Giuseppe M. Gaudino. Musica: Franco Piersanti. Interpreti: Enrico Lo Verso (Gino), Michele Placido (Fiore), Piro Milkani (Selimi), Elida Janushi (cugina di Selimi), Sefer Pema (diret. campo lavoro), Idajet Sejdi (dott. Kruja), Marieta Ljarja (dirett. fabbrica), Elida Ndreu (cantante del night club). Produzione: Alia Film, Cecchi Gori Group – Tiger Cinematografica, RAI-Radiotelevisione Italiana, Arena Films, Vega Film, Canal Plus Productions. Durata: 135’
Restaurato da Cineteca di Bologna, in collaborazione con RTI-Mediaset e Infinity+ con il sostegno di MiC, presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata

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Il film purtroppo è ancora attuale anche perché Lamerica non raccontava l’esodo degli albanesi verso l’Italia ma il problema dell’emigrazione nel suo complesso. Gli albanesi poi sono arrivati in Italia attraversando una fetta di mare molto più breve e più sicuro: si arrivava in nave, non su uno scafo. Le navi erano sovraccariche ma sempre navi erano: nessuno in quelle due traversate, quella che ha portato gli albanesi a Bari e quella che li ha portati a Brindisi, è morto. Ci sembrava disumano il trattamento, rinchiusi nello stadio, gli si buttava il pane dall’alto come agli animali, lavati con delle pompe, oggi è molto peggio e la sensazione è che ci si stia facendo l’abitudine.

Gianni Amelio

Nuove immagini di guerra, più sanguinose, più strazianti e letali, hanno fatto dimenticare quelle che nell’estate del 1991 ci colpirono come una paura e una vergogna intollerabili: l’esodo di migliaia di albanesi verso un’Italia sognata, le navi stracariche, i moli brulicanti, gli uomini giovani cenciosi assetati e bruciati dal sole rinchiusi nello stadio. Lamerica di Gianni Amelio ricrea quelle immagini con la forza epica e simbolica d’un film imperfetto ma destinato a restare proverbiale, a condensare e rappresentare il conflitto tra paesi obesi e paesi affamati, tragedia del mondo nei Novanta.
La storia racconta di due imbroglioni italiani decisi a far soldi sfruttando la miseria dell’Albania postcomunista: di uno di loro ridotto a vivere nelle condizioni terribili di quegli albanesi che vedono l’Italia come gli emigranti italiani a inizio secolo vedevano l’America (anzi, “Lamerica”) e costretto a tornare in patria su una nave degli albanesi, tutti sulla stessa barca delle speranze disperate. Ma le immagini più eloquenti del film raccontano la moltitudine inarrestabile, le masse della fame in migrazione: file infinite scendono dalle montagne e s’avviano a piedi verso il porto; treni, corriere e camion strapieni ansimano lungo le strade; innumerevoli corpi travolgono ogni blocco poliziesco o militare, circondano, spogliano e annullano chiunque possieda qualcosa, s’arrampicano, lottano, premono sulle navi stracolme; e grida, clamore di brevi risse repentine, chiasso perenne, come nelle carceri sovraffollate.
L’illusione, la mistificazione da cui nasce questo sogno italiano è pure ben raccontata nel film, che comincia con i cinegiornali del 1939 sulla conquista militare fascista: “Finalmente tra il duro e vigoroso popolo d’Albania arriva la civiltà”. Dopo l’inganno politico, l’inganno televisivo: “Italia sei il mondo”, grida la gente che vuol partire, che dalla tv italiana della pubblicità, dei miliardi-premio alle lotterie, dei gettoni d’oro, delle ballerine lustre d’argento e delle canzoni crede di conoscere un Paese ricco, lussuoso, opulento e felice. Adesso, ha raccontato a Venezia il regista, il caffè più alla moda di Tirana si chiama Bar Berlusconi.

Lietta Tornabuoni


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