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Bologna Estate racconta #5

Intervista a Luigi Selva, organizzatore e fondatore di Blues a Balues

Dal ponte di via Libia alle sonorità blues oltreoceano

A Bologna c’è un festival blues che nasce anche da un vigile urbano fuori dagli schemi, con due lauree, una al DAMS e una in Lettere, e diversi libri pubblicati. Blues a Balues sembra un nome uscito proprio da una di quelle storie laterali che la città felsinea sa produrre molto bene. Un po’ gioco linguistico e un po’ dialetto, un po’ blues e un po’ invenzione da bar e da strada, è un’intuizione dello stesso vigile e giallista Lorenzo Marzaduri. Fu lui, tra i fondatori del festival, ad ospitare anche un Enrico Brizzi, scrittore agli esordi, che si unì a cantare con un gruppo dell'epoca: gli Zero, meglio conosciuti con il nome ironico di Zero, gli scarsi.
Arrivato alla sua 23ª edizione, Blues a Balues è diventato uno degli appuntamenti storici dell’estate musicale bolognese. Organizzato dall’associazione Serena 80 e parte di Bologna Estate 2026, dal 21 agosto al 5 settembre al Giardino Davide Penazzi, Blues a Balues propone concerti gratuiti attraversando i diversi stili del blues.
Questo festival sembra storicamente accompagnato da figure legate al mondo delle divise:  dopo l'addio di Marzaduri, la direzione artistica è passata ad Andrea Zaffagnini, musicista e profondo conoscitore dell'ambiente blues con un percorso singolare. Prima volontario nei Carabinieri, poi arruolato in Marina, è oggi ufficiale presso il porto di Ravenna. A dimostrazione del fatto che, come ironizza l’organizzatore e fondatore del festival Luigi Selva, "anche gli ufficiali amano il blues".


Storico blues festival bolognese, come si inserisce Blues a Balues dentro il panorama di Bologna Estate e, più in generale, dentro Bologna Città Creativa della Musica UNESCO?

La rassegna nasce nel 2002 con l’intenzione di valorizzare i musicisti italiani che con tanta passione, impegno ma anche notevoli difficoltà propongono questo genere musicale considerato “di nicchia”. Ormai da parecchi anni è l’unica rassegna estiva dedicata alla musica blues realizzata in città e una delle più longeve in tutta la Regione. Grazie all’inserimento nel programma di Bologna Estate ha ottenuto maggiore visibilità e all’interno di Bologna Città Creativa della Musica UNESCO ha un meritato spazio che mostra uno spaccato della scena blues nazionale.

Bologna è riconosciuta dall’UNESCO come Città Creativa della Musica per la ricchezza e la varietà della sua scena musicale dal jazz al rock, passando per la classica e l’elettronica fino alle esperienze più popolari. Che posto occupa il blues nell’identità musicale cittadina?

Bologna è una città che ha sempre guardato con curiosità a tutti i generi musicali. Tanti musicisti bolognesi si sono dedicati a questo genere ma purtroppo la scena blues locale è sempre rimasta nel “sottobosco” musicale cittadino. Soprattutto durante la stagione invernale, il blues appare raramente nei club e locali di musica live, quindi una rassegna estiva come questa diventa un punto di riferimento non solo per i musicisti ma anche per tutti gli appassionati del genere, che non mancano di accorrere anche da altre città.

Chi arriva a Blues a Balues vede una rassegna musicale in un giardino all’aperto. Ma questo luogo, vicino al ponte di via Libia, porta con sé una storia molto più lunga e stratificata. Cosa rappresenta per il quartiere e perché è diventato il posto naturale in cui far crescere il festival?

Il ponte di via Libia è un luogo che ha attraversato fasi molto diverse della storia del quartiere. Nel secondo dopoguerra gli spazi sotto le arcate vennero chiusi e utilizzati per accogliere gli sfollati. Erano luoghi di rifugio, di soccorso. Molti anni dopo, dalla metà degli anni Ottanta, quella stessa zona ha vissuto un’altra trasformazione. Era un’area difficile, segnata dal degrado, e il lavoro delle associazioni ha contribuito a riportarvi attività, presenza, relazioni, sport e musica. In questo senso possiamo dire che il festival non nasce in un luogo qualsiasi, ma in uno spazio che ha già dentro di sé una storia di accoglienza e di riscatto. Blues a Balues è la continuazione questa vocazione, che ha trasformato il giardino e l’area sotto il ponte in un luogo popolare, attraversato dalla musica e dalla comunità.

Blues a Balues ha una dimensione rionale, ma negli anni è riuscito a costruire anche legami internazionali. Come si tiene insieme il ponte di via Libia con la scena blues americana e le geografie lontane del Delta del Mississippi, Chicago, New Orleans?

È uno degli aspetti più belli del festival. Da una parte c’è una dimensione molto locale, quasi di quartiere: il giardino, il ponte, le associazioni, i volontari, il pubblico che torna ogni anno. Dall’altra, attraverso musicisti e collaboratori legati alla scena blues, si sono create connessioni con festival e circuiti internazionali. Figure come Fabio Zivieri, tastierista e musicista molto attivo anche nel mondo del Porretta Blues Festival, hanno permesso negli anni di intercettare artisti americani durante i loro tour europei e portarli a Bologna. Così sotto le arcate di via Libia sono arrivati musicisti e voci importanti del blues internazionale, accanto alla scena bolognese ed emiliano-romagnola. È proprio questa miscela tra radici locali e suono globale a rendere Blues a Balues un’esperienza particolare.
Molti artisti italiani e locali che si sono esibiti negli anni hanno avuto svariate esperienze internazionali, alcuni addirittura suonano più all’estero che in Italia, quindi può esserci una certa continuità tra la scena locale e quella internazionale. Ci sono inoltre alcune similitudini tra le atmosfere blues emiliane e americane, una sorta di collegamento tra il Mississippi e il Po già colto da alcuni artisti tra cui Zucchero e Ligabue.

Quest’anno la rassegna si apre il 21 agosto con Blues Nite Revue e Little Paul & The Super Vampers. Perché avete scelto di partire proprio dall’armonica, dalla chitarra resofonica e da musicisti così legati alla ricerca sulle radici del blues?

La prima serata vuole dare un’impronta ben precisa alla rassegna, con l’esibizione di musicisti che hanno uno stile e un’identità molto ben definiti. Teniamo a sottolineare che ogni anno ospitiamo almeno uno dei principali esponenti della scena blues nazionale e infatti vogliamo partire con uno dei pionieri dell’armonica blues, il veneziano Paolo Ganz che è anche stato il primo in Italia a pubblicare metodi didattici per armonica e chitarra blues.

Il programma attraversa molti volti del blues: dagli anni Venti e Trenta, il boogie, il rhythm & blues, il rock/blues, fino all’electroblues di Armonicadance. Che racconto musicale avete voluto costruire per questa edizione?

L’intenzione è quella di spaziare tra i vari stili, cercando di offrire un programma eterogeneo, passando dal blues prebellico più arcaico a quello elettrico di Chicago e quello texano, senza disdegnare progetti più sperimentali e contaminati, in bilico tra la tradizione e la modernità.

Molti musicisti non si limitano a “suonare blues”, ma sembrano studiarlo, attraversarlo, reinterpretarlo. Come lavorate sulla selezione degli artisti per un cartellone che tenga insieme radici, qualità musicale e personalità contemporanee?

Cerchiamo di selezionare artisti significativi, ogni musicista ha la sua storia da raccontare ed alcuni hanno seguito anche altri percorsi artistici, spaziando tra letteratura e pittura, e questo si riflette nella loro musica. Quasi spontaneamente è venuto fuori un cartellone abbastanza variopinto che accoglie tra gli altri Paolo Ganz, Angelo Castiglione, Marco Naffis e Andy Carrieri.
 

Il 5 settembre la rassegna si chiude con l’11° Memorial Saverio Lanzarini. Che ruolo ha questo appuntamento nella storia del festival?

Saverio era un grande amico del festival scomparso nel 2015. Ha suonato tante volte nel corso delle prime edizioni ed era molto conosciuto nell’ambito cittadino e regionale, avendo fatto parte di numerose formazioni blues e rhythm & blues, collaborando anche con diversi artisti americani. Sarà quindi una serata in suo ricordo che vede l’esibizione di alcuni gruppi di musicisti con cui ha condiviso tanti concerti e jam session in molti club e festival in Emilia Romagna, e che costituisce al tempo stesso una festa di chiusura della rassegna che può riservare anche qualche sorpresa. 

Dietro Blues a Balues c’è anche una storia che affonda le sue radici nel beat bolognese degli anni Sessanta. Che legame c’è tra quella stagione e il festival?

L’associazione che organizza il festival nasce da persone che hanno attraversato in prima persona quella stagione musicale. Negli anni Sessanta, nel quartiere San Donato, c’era una scena vivissima, fatta di gruppi, rivalità, sale prova, bar, concerti e appartenenze quasi da tifoseria. Il gruppo dei Judas rappresentava l’anima più ribelle e pittoresca di quella scena, un po’ come i Rolling Stones, mentre i Jaguar, che poi sarebbero diventati i famosi Pooh, erano percepiti come il versante più pulito e ordinato, quasi dei Beatles locali. Quella rivalità racconta una Bologna musicale molto spontanea, a tratti ingenua ma piena di energia. Blues a Balues nasce anche da qui, da una memoria di quartiere in cui la musica non era un prodotto, ma un modo di stare insieme, riconoscersi, differenziarsi e immaginare una propria identità.

 

Laura Bessega per Bologna Estate