Un futuro a colori per la musica di Sequoie Music Park
David Byrne ha scritto che la musica può funzionare come una forma di collante sociale. A guardare il Parco delle Caserme Rosse nelle sere di Sequoie Music Park, l’immagine sembra trovare una traduzione concreta. Persone diverse, arrivate per artisti diversi, che attraversano lo stesso prato, condividono lo stesso spazio e, per qualche ora, escono dalle proprie bolle. È anche da qui che nasce A Chromatic Future, il tema dell’edizione 2026. Un futuro fatto di colore, pluralità e incontro, in opposizione a un presente spesso frammentato dagli schermi e dagli algoritmi. Fino al 23 luglio, dentro Bologna Estate, Sequoie mette insieme una lineup che tiene insieme rock, rap, indie, alternative, cantautorato ed elettronica, da Kneecap a Luchè, da Three Days Grace a Idles, da Caparezza ai Litfiba. Ne parliamo con Gualtiero Sabatini, venue manager and event coordinator di Sequoie.
Nel 2026 ricorrono i vent'anni dal riconoscimento di Bologna come Città Creativa della Musica UNESCO. Che significato ha oggi questo titolo per chi organizza un festival come Sequoie Music Park? È più un'eredità da celebrare o una responsabilità da rinnovare?
Diciamo la verità, le eredità, se le metti in una teca, muoiono. Bologna non è Città della Musica UNESCO perché lo dice una targa del 2006, lo è perché qui la musica succede ancora. Nei club, nei parchi, sotto i portici, e ogni estate alle Caserme Rosse. Il modo migliore per festeggiare i vent'anni del titolo non è un anniversario, è una data in calendario: gli Idles su un palco a Bologna, ragazzi che arrivano in treno da mezza Italia, un parco pieno alle dieci di sera. Il riconoscimento UNESCO per noi funziona così. Non è un premio alla carriera, è un abbonamento che va rinnovato ogni anno, a colpi di concerti. E noi, ogni estate, facciamo la nostra parte perché Bologna non smetta mai di suonare.
Sequoie Music Park porta grandi nomi italiani e internazionali al Parco delle Caserme Rosse, in un'area fuori dal centro storico. Che valore ha la grande musica live in un quartiere periferico della città, e che tipo di relazione si è creata negli anni con questo spazio?
Le Caserme Rosse ci hanno insegnato una cosa: la periferia non è un ripiego, è una possibilità. In centro un festival come il nostro non potrebbe fisicamente esistere. E va benissimo così, perché il punto è un altro. Quando porti Interpol o Caparezza in un parco fuori porta, sposti il baricentro della città. Per un mese e mezzo all'anno portiamo tutta Bologna a scoprire il parco delle Caserme Rosse. È un pezzo di città con la sua storia, quella delle Caserme è pesante, ed è giusto ricordarlo, e con spazi verdi che chiedono solo di essere vissuti. Negli anni si è creato un rapporto vero con il quartiere. Non siamo un'astronave che atterra a giugno e riparte ad agosto, siamo diventati un appuntamento. La gente della zona ci vede crescere, il parco vive, e per noi questo vale quanto un sold out.
Sequoie Music Park richiama a Bologna artisti italiani e internazionali, alcune date uniche e un pubblico che arriva anche da fuori città. Che ruolo può avere oggi un festival come questo dentro Bologna Estate e, più in generale, nell'immagine di Bologna come città capace di attrarre e produrre cultura musicale contemporanea?
Sequoie non è un festival abitato dagli artisti internazionali, è un festival abitato dai bolognesi. Gli headliner passano, suonano una sera e ripartono. Chi resta è il pubblico, la città, le persone che tornano sotto quel palco ogni estate. Ed è per questo che stare dentro Bologna Estate per noi conta. Perché la dimensione cittadina è la più vera essenza di Sequoie. Non siamo un evento calato dall'alto che usa Bologna come location, siamo un pezzo dell'estate bolognese, allo stesso titolo del cinema in piazza o dei cortili aperti. Poi certo, quando Three Days Grace o Idles scelgono Bologna per la loro unica data italiana, la città finisce sulle mappe dei grandi tour europei, e chi arriva da fuori scopre quello che i bolognesi sanno già. Ma la direzione è già chiara. Prima viene la città, poi il cartellone. È il pubblico di Bologna che rende possibile tutto il resto, non il contrario.
La lineup di quest'anno attraversa rock, rap, indie, alternative, cantautorato, elettronica e nuove sonorità contemporanee. Qual è il filo rosso che tiene insieme una programmazione così eterogenea e la distingue da una semplice sequenza di concerti?
Il filo rosso non è un genere, è un criterio. Portiamo artisti che dal vivo hanno qualcosa da dire adesso. Kneecap e Litfiba non c'entrano niente tra loro, ma condividono la stessa cosa: sono sul palco e capisci perché sono lì quest'anno, non cinque anni fa e non tra cinque. Una sequenza di concerti la costruisci con un foglio Excel e i nomi che girano. Un festival lo costruisci chiedendoti ogni volta se quella data racconta qualcosa. La nostra programmazione è eterogenea perché il pubblico è eterogeneo. E perché nessuno, oggi, ascolta un solo genere. Il ragazzo che viene per Luchè e la coppia che viene per gli Interpol attraversano lo stesso parco, bevono alla stessa birreria, e magari l'anno dopo si incrociano a un altro concerto che non avrebbero mai scelto l’anno prima. Questo è un festival: non la somma delle date, ma lo spazio in mezzo.
Il tema dell'edizione 2026 è A Chromatic Future, un'immagine che parla di colore, pluralità e possibilità. Come si traduce questa idea nelle scelte artistiche del festival e nell'esperienza che volete proporre al pubblico?
A Chromatic Future è la dichiarazione d'intenti da cui siamo partiti, e il cartellone ne è la conseguenza. Viviamo in un mondo che l'intelligenza artificiale e gli schermi stanno spingendo verso un futuro grigio, fatto di persone sempre più isolate, ognuna nella sua stanza, ognuna nella sua bolla. Sequoie vuole essere l'esatto contrario. Vuole un futuro di colori e di aggregazione. Un luogo fisico dove la gente si scopre e si incontra fuori dalle bolle virtuali, dove la protagonista è la socialità e non i social. Da questa visione discendono le scelte artistiche. Il rock viscerale degli Idles accanto alla scrittura di Caparezza, l'elettronica accanto al rap, i quarant'anni di 17 Re accanto alle sonorità più nuove. Nessuna tribù sola, nessuna estetica sola, nessuna età sola. E per il pubblico si traduce in un'esperienza precisa: entri al parco e trovi persone diversissime da te che stanno bene nello stesso posto, insieme, dal vivo. È la cosa più analogica e insostituibile che esista. Il colore, poi, lo mettiamo anche fisicamente, nella grafica, negli allestimenti, nella luce del parco al tramonto. Ma quello vero lo porta chi entra.
Three Days Grace sono stati annunciati come unica data italiana, mentre Idles e gli Interpol saranno a Bologna per un'unica data italiana da headliner. Che cosa significa, per un festival bolognese, riuscire a intercettare appuntamenti di questo tipo?
Per noi è prima di tutto una soddisfazione, e non la diamo mai per scontata. Le date uniche non si comprano, sono il frutto di un lavoro lungo. Alle spalle c'è un'azienda solida, fatta di persone che ogni giorno lavorano a testa bassa per portare a Bologna sempre il meglio, dalla produzione ai rapporti costruiti negli anni con agenzie e management. E c'è un altro ingrediente fondamentale, la collaborazione proficua con le istituzioni, che non ci affiancano solo nelle settimane del festival ma tutto l'anno, e senza le quali nulla di tutto questo sarebbe possibile. Quando Three Days Grace, Idles o Interpol scelgono Bologna per la loro unica data italiana, il merito è quindi condiviso. C'è il nostro lavoro ma c'è anche una città che sa accogliere e una platea che i concerti li vive, non li guarda soltanto. E ogni volta che succede va mantenuto per l'anno successivo.
Il festival si è aperto con i Kneecap e si chiuderà con Luchè, due nomi lontanissimi per storia, contesto e immaginario, ma accomunati da un rapporto forte con la lingua e con l'identità culturale. È una coincidenza o racconta qualcosa del modo in cui il festival guarda alla musica come spazio di appartenenza, indipendenza e racconto dei territori?
Sarebbe bello dire che era tutto calcolato, ma la verità sta nel mezzo. Non è un caso, è una sensibilità. Quando componi un cartellone non metti in fila bandierine, segui un istinto. E il nostro istinto ci porta spesso verso artisti che hanno radici forti. I Kneecap cantano in gaelico irlandese e ne hanno fatto una battaglia culturale; Luchè porta Napoli addosso, nella lingua e nell'immaginario. In mezzo ci sono mondi diversissimi, ma il punto di partenza e quello di arrivo del festival raccontano la stessa idea. La musica più interessante di oggi non nasce annacquando le identità per piacere a tutti, nasce da chi ha un posto, una lingua, una storia e da lì parla al mondo. Che poi è una cosa molto bolognese. Questa città ha sempre saputo essere locale e universale allo stesso tempo. Se il festival, anche inconsapevolmente, ha assorbito questo tratto, è la conferma che siamo nel posto giusto.
Nel cartellone ci sono anche due ritorni fortemente simbolici: Caparezza, di nuovo dal vivo dopo alcuni anni lontano dai palchi, e i Litfiba, con il tour dedicato ai quarant'anni di 17 Re. Che peso hanno questi appuntamenti dentro l'edizione 2026?
Sono due date che hanno un peso emotivo prima ancora che artistico. Il ritorno di Caparezza è uno di quegli appuntamenti che non organizzi soltanto. Lo aspetti anche tu, come pubblico. È un artista che non è mai salito su un palco per abitudine, e proprio per questo la sua assenza si è sentita. Riaverlo dal vivo, alle Caserme Rosse, è un privilegio che condividiamo con chi verrà. I Litfiba sono un'altra storia, ma altrettanto potente. 17 Re ha quarant'anni ed è uno dei dischi fondativi del rock italiano. Celebrarlo dal vivo non è nostalgia, è manutenzione della memoria. Significa ricordare a chi c'era e raccontare a chi non c'era da dove viene certa musica italiana di oggi. E poi c'è un dettaglio che ci piace: questi due concerti stanno nello stesso cartellone dei Kneecap e di Luchè. Passato e presente, ritorni e debutti, nello stesso parco. Anche questo è A Chromatic Future, un futuro che non cancella niente, ma tiene tutto insieme.
Sequoie Music Park è cresciuto come festival musicale, ma anche come esperienza urbana fatta di live, socialità, food, spazi nel verde e attenzione alla sostenibilità. Che ruolo può avere oggi un festival di questo tipo nell'immagine di Bologna come città musicale contemporanea, capace di tenere insieme centro, periferia, pubblico locale e pubblico nazionale?
Un festival oggi non può più essere solo un palco e delle transenne. O è un'esperienza, o è soltanto un biglietto. Sequoie è cresciuto proprio in questa direzione. Un parco dove arrivi presto, mangi, ti trovi con gli amici sul prato, e il concerto è il cuore di una serata che vale anche per tutto quello che c'è intorno. La sostenibilità, per noi, non è una voce da bilancio sociale. Sta in scelte concrete, dalla gestione degli spazi verdi al modo in cui invitiamo il pubblico a muoversi e a vivere il parco con rispetto, perché quel parco a settembre torna al quartiere e deve tornare meglio di come l'abbiamo trovato. E qui sta il ruolo che crediamo di poter avere per Bologna, ovvero dimostrare che una città musicale contemporanea non si misura solo dai nomi in cartellone, ma dalla capacità di tenere insieme le cose. Il centro con la periferia, chi abita a due strade dal parco con chi scende dal treno da Roma, chi viene per l'headliner con chi viene per la serata. Se alla fine dell'estate tutte queste persone hanno condiviso lo stesso prato, il festival ha fatto il suo mestiere. In fondo è proprio questa la nostra idea di festival. Non solo un luogo dove si va ad ascoltare musica, ma soprattutto un luogo dove si va a conoscere persone. I dischi si possono ascoltare anche a casa, con le cuffie. A Sequoie si viene per quello che nessuna piattaforma potrà mai fare in streaming. Incontrarsi.
Laura Bessega per Bologna Estate