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Bologna Estate racconta #1

Intervista a Flavia Ciacci Arone di Bertolino (Inedita per la Cultura) e Maddalena da Lisca (Bologna Festival)

L’estate di Pianofortissimo&Talenti, dove la musica incontra la bellezza

A ventanni dal riconoscimento di Bologna Città della Musica UNESCO, Pianofortissimo&Talenti continua a occupare un posto centrale nella programmazione di Bologna Estate nel centro storico, confermandosi come uno dei riferimenti principali per la musica classica e colta. La rassegna, in programma fino al 13 luglio 2026, attraversa il Cortile dellArchiginnasio e, per alcuni appuntamenti di Talenti, anche Santa Cristina della Fondazza, intrecciando recital pianistici, giovani interpreti, musica da camera, jazz e repertori che guardano alla tradizione senza rinunciare al presente.

Nata dalla collaborazione tra Inedita per la Cultura e Bologna Festival, Pianofortissimo&Talenti unisce due percorsi simili ma anche complementari: da un lato la vocazione pianistica e trasversale di Pianofortissimo, rassegna fondata nel 2013 e oggi alla sua quattordicesima edizione e dallaltro lattenzione di Bologna Festival alle nuove generazioni di interpreti, chiamate a misurarsi con il grande repertorio e con la scena concertistica internazionale. Una collaborazione che, come raccontano Flavia Ciacci Arone di Bertolino, presidente di Inedita per la Cultura, e Maddalena da Lisca, sovrintendente e direttrice artistica di Bologna Festival, nasce dal desiderio di fare rete, coordinare le proposte e dare maggiore forza alla presenza della musica classica nellestate bolognese.

Al centro non c’è soltanto la programmazione dei concerti, ma anche il rapporto tra musica, luoghi e patrimonio. La rassegna pensa allascolto come esperienza che mette in dialogo arte, architettura e suono. È in questo incontro che la musica, come sottolinea Ciacci, si potenzia con larte, mentre per da Lisca la bellezza visiva amplifica la fruizione musicale, perché anche nei concerti locchio vuole la sua parte”.

In una città la cui identità musicale tiene insieme mondi diversi, dal pop alla classica, da Lucio Dalla a Claudio Abbado, Pianofortissimo&Talenti diventa così anche un osservatorio su come la tradizione possa continuare a vivere nel presente. Una proposta che parla ai bolognesi, ma anche ai visitatori che attraversano la città destate e scoprono il suo patrimonio storico attraverso lascolto.

Abbiamo incontrato Flavia Ciacci Arone di Bertolino e Maddalena da Lisca per fare due chiacchiere con loro.


Con Pianofortissimo avete messo insieme pianoforte, musica classica, jazz e recital. Questa apertura di linguaggi ha contribuito anche ad ampliare il pubblico della rassegna?

Flavia Ciacci: Era anche un ponei nostri fini cercare di svecchiare, di rendere smart il pianoforte come strumento, anche agli occhi di un pubblico non abituato a frequentare le sale da concerto o i teatri. Volevamo far vedere che potevano esserci giovanissimi interpreti talentuosi, con una preparazione classica.

Abbiamo avuto grandi talenti già a partire dai 13 anni. A 16 o 17 anni, per noi, è quasi la prassi, anche se non amiamo lidea del bambino prodigio. Ne abbiamo avuti un paio con unetà veramente green. Questo ha contribuito sicuramente ad attrarre anche un pubblico giovane. 

Per quanto riguarda linserimento del jazz, anche lì abbiamo voluto tenere fede a unaltra tradizione della città. Nel dopoguerra e fino agli anni Sessanta e Settanta, Bologna scintillava per iniziative e concerti jazz. C’era una febbre che aveva contagiato tanti artisti, affascinati dagli Stati Uniti e da quello che avevano imparato a conoscere nellimmediato dopoguerra.

Sono nate band cittadine come la Criminal Jazz Band, titolo che mi fa sempre sorridere, del clarinettista Pupi Avati che ai tempi era molto giovane e non era ancora il regista che sarebbe diventato molti anni dopo. Poi è arrivato lincontro con Lucio Dalla e quella scoperta gli ha fatto cambiare prospettiva. Ha raccontato lui stesso che, dopo averlo sentito suonare, ha riposto il suo strumento in un cassetto e lì se lo è dimenticato.

Nel frattempo sono fiorite tante formazioni e anche veri e propri festival ospitati al Palasport, con migliaia di spettatori e grandissimi protagonisti come Ella Fitzgerald a Duke Ellington, Charles Mingus, Gato Barbieri. I miti del jazz erano arrivati a Bologna. 

Se ricordo bene, quel festival è stato poi portato anche al Teatro Comunale, a conferma dellimportanza che il jazz ha avuto in quegli anni meravigliosi.

Quando abbiamo dato vita a Pianofortissimo, a me e ad Alberto Spano, direttore artistico del festival, è sembrato naturale che un omaggio al jazz andasse fatto. Anche perché amo molto questa musica e limprovvisazione. In questi anni abbiamo cercato di portare a Bologna quelli che considero un pogli eredi designati dei grandi jazzisti passati dalla nostra città.

Pianofortissimo è una rassegna di musica sotto le stelle, ma anche un progetto che mette in relazione ascolto, luoghi storici e patrimonio cittadino. Che ruolo può avere, secondo lei, dentro Bologna Estate e nellimmagine culturale della città?

Flavia Ciacci: Per Inedita questo rapporto tra musica e luoghi viene da lontano. Prima di Pianofortissimo, nato nel 2013, avevamo già lavorato per molti anni con il direttore artistico Alberto Spano nel chiostro della Basilica di Santo Stefano, dove siamo stati per 23 edizioni con musica classica, letteratura, reading e grandi attori.

La scelta dei luoghi non è mai casuale. Santo Stefano, il Cortile dellArchiginnasio, e ogni tanto anche il Museo Nazionale Etrusco Pompeo Aria” di Marzabotto rispondono alla stessa idea: la musica apre un dialogo con tutte le arti, dalla pittura allarchitettura, fino ai tesori storici che fanno parte del nostro enorme patrimonio.

Lo abbiamo visto anche con lArchiginnasio. Nelle prime edizioni abbiamo fatto spesso visite guidate al Teatro Anatomico e allintero complesso, che custodisce una collezione araldica straordinaria. Gli stemmi sulle pareti rimandano alle famiglie che mandavano i loro ragazzi a studiare allAlma Mater Studiorum, la prima università del mondo occidentale. Sono secoli passati, ma rispolverare quella memoria ci aiuta a capire quello che siamo oggi.

La musica, suonata in questi contesti, ha per me la doppia valenza di far vivere i luoghi e suscitare curiosità. Per questo spesso abbiamo proposto anche brevi note storiche prima dei concerti, non solo per introdurre alcune partiture, ma anche per raccontare il contesto in cui ci troviamo.

Questi appuntamenti sono molto graditi anche dai turisti. Visitano i luoghi storici al mattino, vedono il manifesto del concerto, chiedono informazioni e tornano la sera. Rimangono estasiati. Quando il Cortile dellArchiginnasio è illuminato, con la musica, è veramente magico. 

Il 7 luglio Pianofortissimo apre al jazz con A Bu, pianista e compositore cinese tra le voci più interessanti della scena internazionale. Che cosa rappresenta la sua presenza per la rassegna?

Flavia Ciacci: A Bu lo rincorriamo da qualche anno, perché è un nome esploso negli Stati Uniti. È nato a Pechino e ha cominciato a suonare a quattro anni, quindi ha una formazione classica molto solida, cosa a cui noi teniamo moltissimo. Per noi questa impronta è importante, perché non bisogna rinunciare mai alla qualità degli interpreti.
È stato un bambino prodigio, a tredici anni aveva già completato brillantemente la formazione al Conservatorio di Pechino, poi si è trasferito a New York, dove vive, e ha frequentato la Juilliard School, una delle accademie di alta formazione più importanti al mondo. Lì il suo talento è esploso davvero.
Oggi ha ventisei anni ed è invitato nei principali contesti internazionali. È già stato anche a Umbria Jazz ed è stimato da grandi nomi come Chick Corea e Michel Camilo. Per noi è un artista destinato a raccogliere il testimone dei grandi della storia del jazz. In più è compositore, scrive musica sua, ed è bellissima.

A Bologna lo ascolteremo con alcuni suoi brani, insieme a pagine di Bruno Martino, Keith Jarrett e Nikolai Kapustin. Averlo a Pianofortissimo è importante perché per lui sarà un debutto bolognese, ma anche perché è un nome di grande significato per il presente e il futuro del jazz. 

Il 2 luglio Pianofortissimo ospita Cristiano Burato con lintegrale dei Valzer di Chopin. Perché questo appuntamento è così importante per la rassegna?

Flavia Ciacci: Il 2 luglio siamo in overbooking. È vero, i posti sono limitati, perché la legge impone un numero preciso, 150 persone, ma siamo sold out.

Pianofortissimo è diventato anche una vetrina per la stampa specializzata, perché ogni anno presentiamo novità che rappresentano il meglio del pianismo di nuova generazione a livello internazionale. Ci sono nomi che portiamo in anteprima a Bologna e che di lì a poco diventano famosi nel mondo. Penso a Daniil Trifonov, oggi uno dei massimi interpreti di Chopin, che ha debuttato con noi a Santo Stefano, a soli 15 anni. È arrivato come un ragazzino, con zainetto e bermuda, ma suonava già come un grandissimo maestro.

A noi piace far dialogare, nella stessa edizione, i giovani leoni con maestri già acclamati. È il caso di Cristiano Burato, che abbiamo voluto perché è uno dei grandi esegeti internazionali di Chopin. Il 2 luglio porta a Bologna lintegrale dei 21 Valzer di Chopin, in anteprima italiana. È una data imperdibile, perché è un programma che non fa nessuno. È come scalare lEverest.

Il ventunesimo Valzer, poi, ha una storia straordinaria. È frutto di una scoperta occasionale fatta dal musicologo Robinson McClellan alla Morgan Library & Museum di New York. Catalogando un lascito alla biblioteca, si è trovato tra le mani un piccolo volume che allinterno aveva un foglietto ingiallito, grande come una cartolina, coperto di note. Era il ventunesimo Valzer di Chopin.

Ci sono voluti anni per convalidare quella scoperta, per capire che linchiostro era quello giusto, che la carta risaliva allepoca corretta e che tutto il contesto filologico poteva ricondurre solo a Fryderyk Chopin. Per questo il concerto del 2 luglio ha un significato speciale.

La chiusura del 9 luglio è affidata a Maya Oganyan, ventenne, pianista di grande personalità. In questa edizione torna con forza il tema del futuro del pianismo. Che cosa significa, per Pianofortissimo, intercettare oggi i nomi che potrebbero segnare la scena musicale di domani?

Flavia Ciacci: È la spina dorsale di Pianofortissimo. Lo è stata fin dallinizio, anche se nelle prime edizioni era unintuizione ancora un ponebulosa. Strada facendo si è evidenziata sempre di più la ricerca di giovani talenti ad altissimo livello, capaci di farci intravedere quello che sarà il pianismo del prossimo futuro.

Maya Oganyan è di origine armena e vive da anni a Venezia. Il suo insegnante della Gnessin School di Mosca, uno dei conservatori più importanti, le ha plasmato una sensibilità molto legata anche allItalia e allarte. Il suo curriculum, a soli ventanni, è in realtà quello di una professionista che potrebbe averne quaranta.

Nel 2021, a 15 anni, si è esibita alla presenza di Riccardo Muti e ha suonato per il Presidente della Repubblica nella Cappella Paolina. Ha vinto premi importanti, spesso con menzioni donore. Sono queste le caratteristiche che cerchiamo nei ragazzi che invitiamo. Non solo talento, ma maturità, formazione, personalità.

C’è un’attenzione verso nomi che, anche solo pochi mesi dopo, potrebbero essere delle star. È successo con Beatrice Rana, che oggi suona con le più grandi orchestre del mondo, compresa quella del Ravenna Festival del Maestro Muti. Ed è successo anche con Sophia Liu, cinese, 16 anni, che ha debuttato con noi aprendo la scorsa edizione. Dopo quel concerto Bologna Festival, che rispetto a noi è un colosso, lha ascoltata, lha scelta e lha scritturata.

Partiamo dalla collaborazione tra Bologna Festival e Inedita per la Cultura. Che valore ha, per voi, questa alleanza dentro la programmazione musicale dellestate bolognese?

Maddalena Da Lisca: Bologna Festival tiene moltissimo alle collaborazioni con le istituzioni e le realtà locali. Il cartellone di questanno, del resto, nasce in dialogo con quasi tutte i soggetti che si occupano di musica a Bologna, e coinvolge anche le orchestre della città. In questo senso, Inedita per la Cultura, con Pianofortissimo, è complementare al lavoro di Talenti: per il periodo dellanno, per lattenzione ai giovani interpreti, per la scelta delle location storiche. Da tempo i nostri indirizzi erano similari, direi complementari, e quando nel 2019 abbiamo pensato di unire le forze, limpatto sulla programmazione musicale classica dellestate bolognese è diventato più forte. Lunione fa la forza.

Talenti dialoga con Pianofortissimo e con il lavoro di Inedita per la Cultura. Che valore ha, per Bologna Festival, una collaborazione che mette insieme giovani interpreti, luoghi storici e un pubblico estivo ampio?

Maddalena Da Lisca: I giovani interpreti sono una parte importante del lavoro di Bologna Festival e trovano in Pianofortissimo una partnership naturale. La rassegna, infatti, ha sempre avuto una forte attenzione per i giovani pianisti, individuati anche grazie al lavoro di ricerca del direttore artistico Alberto Spano.

Noi non ci occupiamo specificamente di pianoforte, ma la connessione è immediata. A unirci c’è anche il rapporto con i luoghi storici, un elemento che appartiene sia a Pianofortissimo sia a Talenti e che considero fondamentale. Ascoltare musica in un contesto di grande valore artistico facilita la fruizione e rende lesperienza più intensa. Si dice che anche locchio vuole la sua parte, e nei concerti questo conta moltissimo. LArchiginnasio crea ogni volta una cornice straordinaria e anche gli artisti, quando suonano, ne avvertono la forza. In passato accadeva lo stesso con il chiostro di Santo Stefano, che questanno è in restauro. Questa è una rassegna molto frequentata anche dai turisti, che hanno loccasione di entrare in luoghi meravigliosi, arricchiti dalla musica. È un modo diverso di fruire spazi. La musica amplifica le sensazioni, e allo stesso tempo, è amplificata dalla bellezza che la circonda.
Quando si fanno concerti, questo va tenuto sempre presente. Ci vuole una grande cura anche della parte visiva. 

A che punto è il percorso di Talenti e quale appuntamento segnerà la chiusura della rassegna?

Maddalena Da Lisca: In questo momento siamo ancora nella prima parte del percorso. Guardiamo però con molta attesa alla chiusura del festival, affidata ad Aozhe Zhang, il nuovo genietto” del violino. Ha 18 anni, è cinese e ha vinto il Premio Paganini. È un artista già straordinariamente maturo, con doti tecniche fuori dal comune, ma soprattutto con una consapevolezza musicale che, alla sua età, lascia davvero sbalorditi.

Si dice spesso che i giovani siano lontani dalla musica classica. È davvero così? E in che modo un festival può rinnovare il modo di proporla senza banalizzarla?

Maddalena Da Lisca: La musica classica è un patrimonio storico che fa parte del nostro bagaglio culturale. I giovani devono poter essere messi nella condizione di gustarla, di riconoscere la propria matrice culturale, un pocome accade quando si impara a emozionarsi davanti a un quadro di Raffaello. È una ricchezza che porta gioia interiore, ma è anche un linguaggio difficile, che andrebbe assimilato fin da piccoli. Da qui nasce il nostro impegno con i progetti per i bambini e per le scuole.

Con limmagine siamo più allenati, è tutto più immediato. Davanti a un quadro, se qualcosa non ci emoziona, possiamo voltare pagina in una frazione di secondo. Con la musica non è così. C’è un tempo di ascolto. Se vuoi apprezzare una sonata di Beethoven, devi restare lì quei venti minuti. Oggi invece tutto è molto veloce e anche lascolto musicale è spesso frammentato in pezzi brevi. Per questo bisogna tenere insieme molte cose. La tradizione, la provocazione, le nuove iniziative. Penso allOrchestra Senzaspine, con cui Bologna Festival ha collaborato fin dallinizio perché ne ha riconosciuto subito la potenzialità, ma anche a format come Classica in Sneakers, i concerti che facciamo alla Birreria Popolare. È una nuova modalità di approccio allascolto. Una location diversa, brani più brevi, un contesto meno formale.
Questo non significa cambiare tutto. I grandi concerti, i grandi interpreti al Manzoni, restano lì, non si cambia nulla. Ma accanto a quella proposta ce ne possono essere altre. In Baby BoFe, la musica viene offerta con un approccio giocoso. Si tratta sempre di musica originale, eseguita nelle modalità tradizionali, ma in piccoli frammenti. Per molti anni, soprattutto nel Novecento, abbiamo avuto un approccio alla classica molto rispettoso, forse troppo. E quando il rigore diventa predominante, qualche volta finisce per autoescludersi.

Parlare di rinnovare la musica classica” può sembrare una contraddizione, perché si tratta di un repertorio fondato sulla tradizione. Eppure ogni concerto vive nel presente. Dove si trova, secondo lei, lequilibrio tra fedeltà alla partitura e sguardo contemporaneo?

Maddalena Da Lisca: Dipende moltissimo dallinterprete. C’è una frase di Mahler che ho ben stampata nella testa e che tutti noi operatori culturali, soprattutto gli artisti, dovremmo tenere presente: non dobbiamo celebrare le ceneri delle opere che ci sono state tramandate, dobbiamo accendere il fuoco. Questo è il punto. Unopera non vive senza interpretazione. Bisogna conoscerla, non solo tecnicamente, studiarne lautore e tutto quello che è stato fatto prima. Solo allora puoi dare la tua risposta. Se vuoi rinnovare la tradizione, devi prima conoscerla profondamente.
È quello che cerchiamo nei giovani interpreti. Alcuni lo fanno tornando, per scelta o per scuola, alla grande tradizione; altri con un approccio più analitico, moderno, personale. Penso a Uladzislau Khandohi, presentato fuori programma da Pianofortissimo, un pianista solidissimo, legato al pensiero della grande scuola russa. Una scelta molto diversa, per esempio, da quella di Sophia Liu, che ha un modo più moderno e personale di affrontare il repertorio, pur dentro il rigore della tradizione. Sono sfumature sottili, che non sempre il pubblico percepisce. Però lemozione arriva. E questa è la prima cosa che deve arrivare.

Lei ha definito Talenti un invito ad ascoltare il futuro della musica mentre nasce e prende forma sul palcoscenico”. Quando un giovane interprete smette di essere una promessa e diventa una voce riconoscibile?

Maddalena Da Lisca: Dipende molto dallartista, e anche dalla casualità. Ci sono musicisti che arrivano a una maturità sorprendente già da giovanissimi. Abbiamo citato Sophia Liu, ma penso anche ad Aozhe Zhang, che a 18 anni è già un artista fatto e finito. A 14 anni eseguiva in concerto i Capricci di Paganini, un repertorio difficilissimo, e oggi ha una consapevolezza musicale che lascia sbalorditi.
Altri maturano più tardi. Uladzislau Khandohi, per esempio, ha 24 anni. Fino a poco tempo fa era un bravo pianista, ma non ancora un nome destinato a far parlare così tanto di sé. Poi qualcosa cambia, nellartista, nel percorso, nellincontro con le occasioni giuste.
Però il salto da talento ad artista non dipende solo dallesecuzione. Per diventare concertisti servono tecnica e visione musicale, certo, ma anche carisma, personalità, capacità di imporsi sul pubblico, fortuna, incontri decisivi, magari un agente che ti scopre e ti accompagna. E poi un senso di sacrificio enorme, perché questa carriera ti chiede di rinunciare a moltissimo. Il talento è indispensabile, ma da solo non basta.

Secondo lei, la musica classica è anche una forma di alfabetizzazione culturale? Conoscerla significa comprendere meglio non solo la tradizione, ma anche molta musica venuta dopo?

Maddalena Da Lisca: Sì, perché la musica classica non è soltanto un repertorio da conoscere, ma un esercizio di ascolto. Richiede tempo, attenzione, memoria, capacità di seguire una forma che si sviluppa e di riconoscere temi, variazioni, ritorni, tensioni. In questo senso educa a una profondità che oggi non è scontata.

Chi studia musica mette insieme molte competenze contemporaneamente. Lettura, gesto, ascolto, coordinazione, interpretazione. Anche la ricerca neuroscientifica va in questa direzione. La pratica musicale è associata a benefici su alcune funzioni cognitive, in particolare attenzione, memoria di lavoro e controllo esecutivo, proprio perché coinvolge livelli diversi della mente e del corpo. In questo senso è una disciplina complessa che forma il pensiero. E forse è anche questo il punto. La musica classica non serve solo a capire da dove viene molta della musica successiva. Serve a imparare un modo più profondo di ascoltare. Il passato, il presente e anche ciò che ancora deve nascere.

 

Laura Bessega per Bologna Estate