Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità

(USA/2018) di Julian Schnabel (110')
Arena Puccini

A oltre vent'anni da Basquiat, il regista e pittore Julian Schnabel torna a comporre un ritratto d'autore raccontando gli ultimi giorni della vita di Vincent van Gogh. Il soggiorno ad Arles, il ricovero nell'ospedale psichiatrico, il rapporto con il fratello Theo e con l'amico e collega Paul Gauguin. E, soprattutto, la pittura e la natura, vero cuore di un film che "gioca le sue carte migliori nel restituire la forza visionaria con cui dipingere la natura" e che "aiuta a entrare un po' di più nell'opera di van Gogh e riempie gli occhi con i suoi indimenticabili colori" (Paolo Mereghetti).

Coppa Volpi alla 75a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

"Dopo Basquiat, Van Gogh. Rari sono i pittori che fanno cinema. Ancor meno quelli che con il cinema scandagliano opere e vite altrui. Fa eccezione Julian Schnabel, regista diseguale ma spesso notevole, che al pittore più visto sugli schermi dedica il suo secondo film su un artista. Non un banale "biopic" ma un corpo a corpo con le ossessioni di colui che Artaud definì «il suicidato della società». Inseguito e stanato a colpi di invenzioni visive in un racconto spezzato e nervoso che deve molto proprio a Artaud. E alle intuizioni di Jean-Claude Carrière, gia "penna" di Buñuel, qui co-sceneggiatore con Louise Kubelberg. Siamo ad Arles, negli ultimi anni del pittore. Arles l'ostile. Arles l'indifferente. Arles, che non esisterebbe se non fosse per Van Gogh ma lo esclude, lo respinge, lo aggredisce. Intorno a Vincent ci sono la Francia opulenta degli impressionisti, amori di un'ora o immaginari, l'amicizia dolorosa con Gauguin, testimoni trepidanti come suo fratello Theo o il dottor Gachet. In primo piano l'eternità martellante della natura, la luce imperiosa della Provenza, il divino nascosto nella terra o negli oggetti più banali che solo Van Gogh sembra vedere e patire. Qui Schnabel scava, osa, affabula, rischiando anche l'enfasi per cogliere l'energia e la disperazione di Van Gogh. Perché il male, la violenza, la follia fanno parte del mondo quanto gli alberi, i fiori, il cielo stellato, come sembra suggerire il dialogo in manicomio tra Van Gogh e un vecchio ex-militare tatuato. E come chiarisce l'illuminante ma purtroppo inutile brano critico che al pittore, poco prima della morte, dedicherà il 25enne Albert Aurier. Nessun mistero. Era tutto chiaro. Bastava voler vedere e sapere."

Fabio Ferzetti, "L'Espresso"